Lanta World
Prima per le europee, ora per i mondiali. Domani si scanneranno per la figa in spiaggia.
Perché ho votato no.

Solitamente non giustifico i miei voti, nel mio immaginario personale la maggior parte delle volte questi si giustificano da soli. Stavolta vorrei aprire una breve parentesi sul Referendum per l’Indipendenza del Veneto che si sta tenendo (purtroppo) in questi giorni su plebiscito.eu.

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Io non credo in questa fantomatica indipendenza, se ancora non lo si fosse capito.  Il motivo è da ricercarsi a mio avviso in primis nella definizione di “repubblica federale”, che citando Wikipedia è “un’unione di stati che sono autonomi, ma devono sottostare a delle leggi prese con democrazia“.

Nello specifico, come da foto, si chiede che il Veneto diventi una Repubblica Federale, indipendente e sovrana per l’appunto. Ma la definizione di per sé implica che per avere una unione di stati autonomi… beh, questi stati autonomi debbano quantomeno esistere. Chi sono questi stati autonomi? Attenzione che non si chiede “Vuoi che l’Italia diventi una Repubblica Federale?”, il che comunque avrebbe un effetto immediato dal punto di vista della sovranità mantenendo vivi quei legami che ci stringono al Bel Paese. Ci viene invece chiesta una migrazione istantanea dall’essere banale regione all’essere federazione di minuscoli staterelli, che ipotizzo potrebbero essere le varie città.

Lasciamo poi stare destra e sinistra, nord e sud. Cerchiamo di concentrarci sulle conseguenze che potrebbe avere tutto questo, partendo dal debito pubblico: come verrà ripartito il debito pubblico italiano, e quanto ne sarà assegnato ipoteticamente alla nostra prospera regione? Saremo in grado di sostenerlo ed azzerarlo meglio di quanto l’insieme di tutte le regioni abbia fatto ad oggi, quindi senza rimetterti miliardi di euro ogni anno? Anche se non considerassimo il debito pubblico, riusciremmo a partire da 0 e a bilanciare entrate ed uscite?

Io mi chiedo, a questo punto, il perché di tutto questo. Mi chiedo se tutto questo possa essere frutto del delirio dell’elettore medio di turno o più semplicemente idiozia in versione tascabile. Leggo testualmente che tutto questo è per evitare “la morte civica nell’Italia reclinata su sé stessa“, per dare una svolta dalla “conclamata incapacità di gestione della nostra patria veneta“.

Mi soffermerò su questi punti, giusto per diluire il tutto. Il crescente debito pubblico italiano è innegabile, ed è altrettanto innegabile che più si va avanti più sarà difficile pagarne gli interessi. Il punto è che questo debito pubblico l’abbiamo creato tutti, Veneto incluso, tramite quella cosa chiamata politica; non sarà con una scissione o come qualsivoglia preferisca chiamarla che sistemeremo magicamente le cose. Un Veneto Stato non sarebbe nemmeno accettato nell’Unione Europea, in quanto basta il voto negativo di un singolo partner, l’Italia, per esempio, per il rifiuto della domanda (vedasi Inghilterra-Scozia). Se poi già iniziamo parlando di federalismo in una situazione del genere, vattelapesca!

Leggo ancora che si vuole partire “dal rispetto per l’ambiente all’economia, dal senso civico alla solidarietà, dalla responsabilità alla salvaguardia della propria storia e della propria cultura, dalla scienza all’etica, dalla spiritualità alla curiosità, dalla sicurezza nelle nostre case e nelle nostre città, alla libertà di poterci immaginare un futuro felice e dignitoso“.

Ragazzi miei, queste sono cose che sognano tutti. Belle parole, molto trasversali, anche se purtroppo dietro ad alcuni concetti non si fatica a riscontrare tracce di una certa ideologia. Nella stessa frase-calderone viene scritto tutto e l’opposto di tutto, cercando di abbracciare anche forza politiche che non sono mai state storicamente vicine a questo modo di vedere le cose e facendo leva sugli spettri della società attuale. Ma le priorità non sono in vendita, quantomeno non le mie.

Io credo nella cooperazione tra nazioni e popoli. Che tu ti consideri veneto, italiano, europeo, umano, animale, senziente o vivente in ogni caso meriti di essere ascoltato tramite dialogo e, perché no, sarà possibile definire delle strutture in grado di far valere il minimo comune denominatore nella collettività. Non sarà certo andando a piazzare o delimitare confini virtuali, spartendosi le terre, che incentiveremo tutto questo. Mi chiedo perché stare sulla difensiva quando si potrebbe invece vivere in pace ed armonia come sarebbe naturale fare, includendo invece che escludendo a priori a causa di pregiudizi ingiustificati. E se proprio la tua nazione non funziona prima di pensare a mandare tutto a quel (nuovo) paese e girare i tacchi, forse vale la pena di tentare di ripristinare la normalità che sicuramente altri hanno le nostre stesse intenzioni.

Arrivati a questo punto, se proprio vogliono fare sul serio, non mi resta che consigliare a chi di dovere una buona lettura. Serio, eh.

2 Comments to “Perché ho votato no.”

  1. scilla ha detto:

    Certe volte mi meraviglio di sentire certi discorsi.
    Poi mi ricordo che esiste la Lega.

    Per quanto riguarda la politica, ho sempre cercato di guardare alle singole opinioni.
    Destra e sinistra è, appunto, un discorso ormai da sorvolare.
    Fondamentalmente, credo, non esistano più.
    O meglio, purtroppo per alcuni esistono ancora, ma nella realtà non è così.
    Non lo è mai stato e non può essere (i dualismi ci sono perchè li imponiamo noi, perchè ci fa comodo, ma la realtà è variegata, ed è bella appunto per questo).
    Ovviamente la faccio tanto facile nel dirlo, ma non tutti la pensano così.

    Quindi sì, ci ritroviamo ancora a dover sentire le ragioni dei leghisti che vogliono la secessione.

    Giusto ieri (153° anniversario dell’unità d’Italia) sono andata al museo del Risorgimento, qua a Torino.
    E niente, ripercorri la storia: ti accorgi di quanto mai è stato difficile unirsi; non capisci se alcuni l’hanno voluto davvero e soprattutto se era la maggioranza che lo voleva; ti incazzi, perchè i problemi si risolvono assieme, e qua stiamo ancora a parlare di Stati autonomi che vogliono fare gli indipendentisti di turno; non capisci se sei tu scemo che davvero speri nel cambiamento di questo Paese [tutto] o se son coglioni gli altri.

    E niente, un po’ di amaro in bocca, tutto lì.